Dante Alighieri: Vita, Opere e Analisi della Divina Commedia - PDF
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Questo documento copre la vita e le opere di Dante Alighieri, tra cui la sua celebre Divina Commedia. Si esaminano gli eventi chiave della sua vita, come l'esilio e le sue influenze poetiche. Il documento analizza anche la struttura e i temi della Divina Commedia, offrendo una panoramica completa della sua importanza nella letteratura italiana.
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DANTE ALIGHIERI Dante Alighieri nacque a Firenze, nel 1265, da una famiglia della piccola nobiltà cittadina di parte guelfa (in particolare sia lui, sia la sua famiglia appartenevano alla fazione dei guelfi bianchi) —» (anche se al giorno d’oggi la sua appartenenza all’aristocrazia è messa in dubbio...
DANTE ALIGHIERI Dante Alighieri nacque a Firenze, nel 1265, da una famiglia della piccola nobiltà cittadina di parte guelfa (in particolare sia lui, sia la sua famiglia appartenevano alla fazione dei guelfi bianchi) —» (anche se al giorno d’oggi la sua appartenenza all’aristocrazia è messa in dubbio dagli storici poiché non ci sono fonti che la dimostrino). Quando nacque Dante Alighieri, la sua famiglia non si trovava in una buona condizione economica ma nonostante ciò egli ricevette una raffinata educazione (istruzione). Il suo maestro era Brunetto Latini, il quale viene presentato da Dante nel XV canto dell’Inferno e collocato nei sodomiti (coloro che avevano rapporti omosessuali), nonostante egli fosse a lui molto affezionato. È molto probabile che Alighieri abbia preso dal suo maestro la retorica (l’arte del parlare e dello scrivere in maniera elegante). Successivamente Dante manifestò la vocazione alla poesia venendo, anche, influenzato dal suo compagno Guido Cavalcanti (più anziano di lui). Un evento molto importante della vita di Dante Alighieri fu l’incontro con Beatrice (la quale è vista da egli come una donna-angelo). Nel 1290, la morte di quest'ultima segnò per Dante un periodo di smarrimento (di sgomento) e Alighieri per ritrovare se stesso decise di non affidarsi più alla poesia ma alla filosofia e alla letteratura Latina (in particolare si dedicò a leggere le opere di Virgilio) —» (il quale viene considerato da Dante “il suo maestro e il suo autore”). Nel 1295 Dante cominciò ad occuparsi, anche, di politica (diventando, inizialmente un intellettuale comunale). In precedenza, nel 1293, fu emanata da Giano della Bella una legge secondo la quale i nobili non avrebbero potuto fare politica, per riportare un po’ di pace al comune di Firenze. Successivamente nel 1295 questo provvedimento venne rivisto (riscritto, attenuato, modificato) permettendo agli aristocratici di fare politica ad una condizione: ovvero che appartenessero ad una corporazione (Dante, infatti, faceva parte degli altri maggiori, in particolare quella dei medici e degli speziali poiché, in quanto filosofo, era considerato un “medico dell’anima”). Nel 1300 Dante Alighieri diventò uno dei magistrati più importanti di Firenze. Quest’ultima stava passando un periodo difficile a causa delle continue lotte fra guelfi neri e guelfi bianchi e quindi il papa di quel periodo (Papa Bonifacio VIII) briga (fa di tutto) per imporre la sua autorità su Firenze e successivamente su tutti gli altri comuni dell’Italia settentrionale. Purtroppo il Papa riuscì nel suo intento e il governo passò nelle mani dei guelfi neri. Dante fu accusato di baratteria (ovvero di essere un politico corrotto) e per questo nel 1302 Dante Alighieri iniziò la sua esperienza in esilio (che per lui fu la più grande umiliazione della sua vita). Successivamente egli non si presentò in tribunale per discolparsi, poiché sapeva che sarebbe stato ucciso, e per questo dopo due mesi i guelfi neri, incitati dal papa, lo condannarono al rogo. Da quel momento Dante Alighieri passò da essere un intellettuale comunale (cittadino) ad essere un poeta cortigiano (infatti inizio ad andare di corte in corte a chiedere ospitalità). Dante Alighieri, per poter risolvere i problemi dell’Italia settentrionale, desiderava che quest’ultima venisse conquistata dell’imperatore germanico. Questo suo sogno sembró realizzarsi con l’imperatore Enrico Vll di Lussemburgo ma in realtà quest’ultimo si rivelò essere incapace (poiché si interessò principalmente della Germania e non dell’Italia settentrionale). Dante Alighieri era convinto che Dio gli avesse affidato il mondo (ovvero la salvezza dell’umanità), infatti pensava di essere un profeta biblico, e per questo scrisse la “Divina Commedia” —» (cioè un racconto in cui egli afferma di aver visto i peccati più atroci, poiché va nell’inferno, e anche Dio, poiché va nel paradiso). Nel 1315 il comune di Firenze propose a tutti gli esiliati una amnistia (che in termini legali è la cancellazione di tutti i reati commessi). Dante rifiutò sdegnosamente quest’ultima poiché per ottenerla avrebbe dovuto ammettere le sue colpe pubblicamente. Quindi continuò a girovagare per le varie corti e morì di malaria il 14 settembre del 1321 a Ravenna. LA VITA NUOVA La città di Firenze (la città di Dante Alighieri), ai tempi della giovinezza di Dante, era un ambiente costituito da varie tendenze poetiche: c’erano sicuramente gli imitatori della poesia artificiosa (ampollosa) di Guittone D’Arezzo i seguaci di Guido Cavalcanti e del Dolce Stilnovo i membri (gli esponenti) della poesia comico-parodica e poi c’erano, anche, altre due tendenze l’enciclopedismo (è quella tendenza culturale per cui deve trasparire nei componimenti tutta la cultura dell’autore) la poesia allegorica In questo ambiente culturalmente vivace Dante si forma e scopre, sin da quando era molto giovane, di avere (nutrire) una forte passione per la poesia. Inizialmente (nei primissimi anni della sua vita) Dante si avvicina molto alla poesia di Guittone D’Arezzo —» (ma non abbiamo dei componimenti, di questa prima fase della carriera poetica di Dante Alighieri, in cui si nota chiaramente che si sta ispirando alla poesia artificiosa di Guittone). La fase più importante della carriera poetica di Dante Alighieri è quella durante la quale egli è un esponente dello Stilnovismo. Dante entra a far parte del Dolce Stilnovo poiché viene introdotto, in questo gruppo di intellettuali, da un suo carissimo amico (ovvero Guido Cavalcanti). —» Molti componimenti di questa fase cavalcantiana presentano l’amore come l’aveva descritto Cavalcanti (ovvero presentano l’amore come un sentimento che causa tormento, sofferenza, dolore. Infatti noi abbiamo alcuni componimenti di Dante Alighieri che sembrano essere stati scritti proprio da Guido Cavalcanti). Il momento di svolta, per Dante Alighieri, si verificò con la morte di Beatrice (che avviene nel 1290); in seguito a quest’ultima egli prende una decisione molto importante: raccoglie tutte le poesie scritte, fino a quel momento, per la sua amata (quindi la cui protagonista è Beatrice o la storia d’amore fra Dante e Beatrice) e ogni singola poesia la fa precedere e seguire da un commento in prosa ⬇ 1. Nel commento che precede ogni singola poesia Dante spiega l’occasione durante la quale gli è venuta l’idea di scrivere quella determinata poesia 2. Nel commento, invece, che segue ogni singola poesia vi era la descrizione delle figure retoriche, dello stile e della lingua che aveva utilizzato (e prende il nome di COMMENTO RETORICO) questa tecnica, utilizzata da Dante, prende il nome di prosimetro (cioè la mescolanza tra prosa e poesia). Dante raccoglie tutte queste poesie (seguendo un ordine tematico) in un’unica opera, intitolata “Vita nuova”, che venne scritta tra il 1293 e il 1295. Tutte quelle poesie, invece, che non vengono incluse in quest’ultima vengono raccolte in un’altra opera che prende il nome di “Rime”. Dante racconta di aver incontrato, per la prima volta, Beatrice all’età di 9 anni e di essersi perdutamente innamorato. Successivamente questa donna poi la incontra, per la seconda volta, dopo altri 9 anni (all’età di 18 anni) ⬇ (chiaramente è tutta una allegoria) ⬇ cioè esiste una Beatrice di cui molto probabilmente davvero Dante è stato innamorato ma in questo caso tutta questa finzione letteraria serve per spiegare altro (è allegoria di altro)(rimanda ad altro) —» (poiché l’allegoria era alla base del modo di pensare degli uomini medievali) Dante afferma che la seconda volta che rivede Beatrice (all’età di 18 anni), quest'ultima gli dona il suo saluto (cioè gli dona la salvezza) e per questo Dante è felice proprio perché la sua Beatrice lo degna di un saluto. Dante Alighieri proprio per impedire le maldicenze (cioè che qualcuno parli male della propria donna) inizialmente ne tiene nascosta l’identità (cioè non rivela a nessuno il nome della donna di cui è innamorato) poi successivamente, proprio per difendere Beatrice, finge di essersi innamorato di un’altra donna (che egli chiama “la donna dello schermo”). Quando, però, Beatrice se ne accorge si ingelosisce molto e gli toglie il saluto (cioè gli toglie allegoricamente la salvezza). In quel momento Dante si sente perso e infatti prova un tormento, una sofferenza, che non aveva mai provato prima. A quel punto Dante Alighieri cambia il suo modo di pensare: si rende conto che non può riporre tutta la sua felicità semplicemente nel saluto della donna. Dante è così innamorato di Beatrice che decide, ad un certo punto, semplicemente di lodarla. —» infatti scrive una serie di componimenti che hanno come fine la lode (l’elogio, l'esaltazione) della propria donna —» cioè Dante non si aspetta nulla in cambio da quest’ultima. Ad un certo punto, però, Beatrice muore e Dante cade in una forte depressione (in una cupa disperazione) non perché Beatrice gli ha tolto il saluto ma perché Beatrice è morta (non esiste più). Per questo Dante, in un primo momento, si consola guardando un’altra donna finchè Beatrice non gli appare in un sogno nel quale lo rimprovera per quello che stava facendo —» e allora Dante comprende che deve tornare a parlare di Beatrice; Dante decide di concludere l’opera (Vita nuova) poiché a causa di una seconda visione (di un altro sogno) che ha avuto comprende che avrebbe dovuto parlare di Beatrice in un’altra opera, in cui la sua donna possa essere esaltata ancora di più (rappresentata come una donna-angelo). ⬇ (cioè la Divina Commedia) Molti critici si domandano se Dante, nella Vita nuova, stia parlando di un’esperienza reale (che ha realmente vissuto) —» non si sa, però, quale sia la risposta (forse si o forse no) poiché a Dante non interessa scrivere la storia d’amore che ha vissuto con Beatrice ma ad egli interessa realmente che i suoi lettori possano far propria la sua vicenda (cioè il messaggio che manda è universale) L’opera “Vita nuova” si divide in tre grandi libri, ai quali corrispondono 3 livelli differenti di amore: Nel primo libro Dante parla di tutti gli effetti che l’amore produce sull’amante —» questo primo libro corrisponde al modello dell’amore cortese (stilnovistico) ⟶ in cui l’innamorato spera in una ricompensa al suo amore da parte della sua donna (ovvero il saluto) Nel secondo libro Dante loda la propria donna —» questo secondo libro corrisponde ad un amore, che i critici chiamano, “fine a se stesso”⟶ in cui la donna viene considerata un essere supremo (ineffabile,altissimo) tanto da paragonarla alla Vergine Maria o addirittura a Dio Nel terzo libro Dante parla della Beatrice che è ormai morta —» questo terzo libro corrisponde ad un amore mistico (religioso) ⟶ cioè per Beatrice si può provare l’amore che si prova per Dio. Beatrice è quel mezzo che conduce l’uomo a Dio. Per Dante, ormai, l’amore non è più una passione terrena, infatti non provoca più nemmeno sofferenza, poiché l’amore è il mezzo attraverso cui si può raggiungere l’unica vera forma di amore (ovvero l'amore per Dio). È la donna che prende l’anima del poeta e la innalza sino alla contemplazione del cielo. “TANTO GENTILE E TANTO ONESTA PARE” analisi del sonetto Nel sonetto di Dante Alighieri, intitolato “Tanto gentile e tanto onesta pare” ci sono 3 parole importanti che vennero analizzate da Gianfranco Contini, (il quale è stato uno dei più grandi studiosi di Dante Alighieri): ovvero gentile, onesta e pare. Quest’ultime hanno un significato diverso rispetto al significato che hanno nell’italiano moderno: Il primo termine è “gentile” ⟶ la gentilezza per i poeti del Dolce Stilnovo era sinonimo di nobiltà (una nobiltà non di sangue, quindi non materiale, ma una nobiltà d’animo, quindi immateriale) la seconda parola è “onesta” ⟶ che non significa, come al giorno d’oggi, “una persona buona che fa sempre il proprio dovere” ma questo termine, nell’italiano medievale, indicava “pieno di decoro (di dignità)”. —» (quindi Beatrice è dignitosa, degna, decorosa) il terzo termine è il verbo “pare” ⟶ il quale non significa “sembra” ma significa “è evidente” (“appare in maniera evidente”) —» (cioè Beatrice non sembra gentile e onesta poiché ella è gentile e onesta) La parola chiave del componimento è il verbo “parere” che si trova nella prima, nella seconda e nelle quarta strofa (in maniera esplicita); mentre nella terza strofa è presente un sinonimo di quest’ultimo (ovvero il verbo “mostrasi”) Il componimento è molto lento e melodico perché il poeta, nei confronti della donna di cui parla, assume un atteggiamento di contemplazione estatica ⬇ cioè il poeta ammira questa donna come si ammira un santo (come si ammira qualcosa che è soprannaturale) —» infatti, nel sonetto, non è presente nè una descrizione fisica della donna di cui parla (di Beatrice) e n’è dell’ambiente in cui quest’ultima si muove, vive, parla e ama. ⬇ Dante vede questa donna, la descrive senza descriverla (la descrive senza, in realtà, dirci nulla) Il componimento è ricchissimo di verbi, infatti in questo sonetto sono presenti (in tutto) 22 verbi. —» (addirittura 11 versi su 14 terminano con un verbo ma spesso compaiono anche all’inizio di alcuni versi). ⬇ Per questo motivo ci si aspetta che il componimento esprima un movimento ma in realtà sono tutti verbi statici o descrittivi (cioè verbi che non esprimono mai un’azione) —» (difatti non c’è nemmeno un verbo che indica un movimento che faccia andare avanti la narrazione). ⬇ è presente solo un verbo che esprime un’azione il quale si trova all’inizio del quinto verso: ovvero “Ella si va” (che significa “lei cammina”) —» ma il movimento è così lento che sembra inesistente. ⬇ Il poeta è tutto concentrato sull'analisi delle emozioni che prova e che Beatrice fa provare a tutti LA MONARCHIA “La Monarchia” (o in latino “De Monarchia”) è un’opera politica di Dante Alighieri. Non abbiamo una data certa del periodo di composizione di quest'ultima, sappiamo però che l’opera è interamente scritta in latino ed è costituita da 3 libri (è presente spesso il numero 3 poiché rappresenta la Trinità mentre il numero 9 indica la Trinità che si moltiplica per se stessa). Dante, con quest’opera, si rivolge ad un pubblico di dotti (ovvero di sapienti) 1. primo libro Dante, con il primo libro, vuole convincere i suoi lettori del fatto che l'unico modello politico possibile debba essere quello della monarchia (cioè che è necessaria la presenza di un sovrano se si vuole portare la pace sulla Terra). 2. secondo libro Nel secondo libro, invece, Dante parla del popolo romano (degli antichi romani, dell’antico impero romano); egli afferma che Dio ha voluto l’impero romano poiché sotto quest’ultimo sarebbe nato Gesù. 3. terzo libro Nel terzo libro Dante affronta il problema dei rapporti fra Impero e Chiesa. ⬇ Papa Innocenzo III, e prima di lui Papa Gregorio VII e tutti i Papi, era convinto del fatto che esistevano due poteri: il potere dell’Imperatore (il quale rappresenta la luna e brilla di luce riflessa). il potere del Papa (il quale rappresenta il sole e brilla per luce propria). ⬇ Dante, invece, afferma la teoria “dei due soli”: ovvero afferma che sia l’Imperatore e sia il Papa splendono di luce propria (cioè hanno due poteri che sono autonomi e distinti) —» il papa e l’imperatore dovevano rispettarsi a vicenda ⬇ L’Imperatore deve portare gli uomini alla felicità terrena (ad una felicità da realizzare sulla Terra) Il Papa, invece, deve garantire agli uomini una felicità che dovranno raggiungere dopo la morte (in una vita ultraterrena) ⬇ ma ad un certo punto Dante sembra dire che fra la felicità terrena e quella celeste sia più importante quella ultraterrena poiché in quest’ultima l’anima è eterna e non muore (mentre in quella terrena la vita finisce). —» e da questo Dante sembra lasciare intendere che il Papa sia più importante dell'Imperatore pur essendo tutti e due autonomi ed indipendenti. IL DE VULGARI ELOQUENTIA In quest’opera, dal titolo “De vulgari eloquentia”, Dante si occupa della dignità del volgare (cioè Dante in quest’opera, come aveva fatto in altre opere precedenti, difende la dignità del volgare) —» (esalta il volgare) ⬇ Egli afferma che il volgare ha la stessa dignità della lingua latina ed inoltre dice che può essere utilizzato per parlare di tematiche di un livello alto ⬇ Ma l’opera è scritta in latino poiché serve per dare maggiore importanza al volgare e perchè l’obiettivo di Dante è quello di convincere gli altri intellettuali (dotti) italiani che il volgare ha la stessa dignità del latino (ovvero che da quel momento in poi possono, anche loro, utilizzare il volgare per parlare di tematiche di un livello alto) —» (quindi Dante vuol far capire che il volgare non è una lingua di dignità inferiore rispetto al latino) Naturalmente Dante non si occupa di una lingua di uso comune ma Dante sta parlando e sta difendendo la lingua letteraria (la quale, infatti, da questo momento in poi verrà utilizzata in tutte le opere della letteratura italiana). L’opera doveva essere costituita da 4 libri, almeno nelle intenzioni dell’autore, ma poi in realtà Dante scrive solo un libro e mezzo (difatti egli a metà del secondo libro abbandona l’opera perché comprende che c’è un’altra opera che lo aspetta, ovvero “la Divina Commedia”) Secondo Dante però il volgare letterario (quello che vorrebbe si utilizzasse nelle opere letterarie) doveva avere 4 caratteristiche fondamentali (che corrispondono a 4 aggettivi): illustre⟶ cioè il volgare deve essere adatto (idoneo) a parlare (ad affrontare) di argomenti elevati (che sono l’amore, la guerra e la morale) cardinale⟶ cioè il volgare letterario deve essere come “il cardine della porta”, ovvero attorno a quel volgare devono girare tutti gli altri volgari italiani (poiché ogni città aveva un proprio volgare) regale o aulico⟶ significa che il volgare deve avere tutte quelle caratteristiche che gli permettono di essere parlato nel palazzo del sovrano curiale⟶ ovvero il volgare deve essere idoneo ad essere parlato in una corte (frequentata dai signori) Nel medioevo si era convinti che esistessero 3 stili: uno stile elevato detto anche “tragico” uno stile intermedio detto anche “mezzano o comico” uno stile umile detto anche “elegiaco” Dante scriverà “La Divina Commedia” utilizzando lo stile “mezzano o comico”⟶ ciò vuol dire che il volgare illustre non sarà soltanto utilizzato per parlare di amore, di guerra o di religione ma che il volgare può essere utilizzato per parlare di qualsiasi cosa (infatti Dante nella Divina Commedia parlerà di Dio ma utilizzerà anche, nell’Inferno, termini volgari). LA COMMEDIA La Commedia (chiamata poi Divina Commedia da Giovanni Boccaccio) viene elaborata da Dante Alighieri in un momento in cui egli concepisce il presente come una realtà cupa (pessimistica, apocalittica). Il momento storico in cui Dante vive è cupo e per questo spera in un futuro migliore rispetto al presente in cui vive. Il motivo, per cui Dante nutre questa sfiducia nel presente, è legato alla crisi dell’Impero e della Chiesa (le due massime autorità del Medioevo): La Chiesa si occupa ormai solo di ciò che è mondano e ha, quindi, perso di vista il suo obiettivo (cioè quello di condurre l’uomo alla felicità eterna) L’Impero, invece, non si occupa più dell’Italia, lasciando, quindi, la penisola abbandonata al suo destino. Dante, inoltre, osservando il mondo attorno a sè, nota che gli uomini sono “lupi” per gli altri uomini (cioè tendono a sopraffarsi a vicenda, a schiacciarsi l’un l’altro) dando origine a conflitti tra fazioni e guerre civili (come, per esempio, a Firenze, dove Dante viveva con le lotte tra guelfi bianchi e guelfi neri). Inoltre, secondo Dante, l’uomo è sopraffatto anche dalla cupidigia (avidità, dalla voglia di denaro). Dante pensa che l’umanità meriti un destino migliore (un riscatto da questi peccati) poiché è convinto del fatto che prima o poi arriverà una tremenda punizione divina. Inoltre, è convinto che Dio gli abbia affidato il compito di salvare l’umanità, scrivendo la (Divina) Commedia. Per portare a compimento questa missione (ovvero di salvare l’umanità), Dante attraversa i tre regni dell’oltretomba: scende negli abissi dell’Inferno, sale sul monte del Purgatorio, dove incontra le anime di coloro che stanno espiando (purgando, purificando i loro peccati) per poi raggiungere il Paradiso e incontrare Dio. Il suo compito non è solo quello di compiere questo viaggio, ma anche quello di tornare sulla Terra e mettere per iscritto tutto ciò che ha visto e sentito, salvando così l’umanità. Gli unici altri due uomini che, prima di Dante, avevano compiuto un viaggio nell’aldilà furono Enea (protagonista dell’Eneide di Virgilio, fondatore di Roma) e San Paolo, considerato il padre del Crisitanesimo. Dante Alighieri è perciò il terzo uomo a scendere in carne ed ossa negli inferi e ad essere un vero e proprio profeta che, non solo salva l’umanità, ma indica anche la via da seguire all’Impero e alla Chiesa, affinché possano risorgere dalla loro crisi. Quello di Dante quindi non è solo un viaggio individuale, ma un viaggio universale, che tutti noi compiamo nella nostra vita attraversando periodi bui (inferno), successivamente di ripresa (di rinascita) (purgatorio) e infine di serenità (paradiso). Dante, nel Convivio, parla di due allegorie possibili: l’allegoria dei poeti —» il piano letterale da cui si parte è fittizio (inventato) l’allegoria dei teologi (simile all’allegoria figurale) —» il piano letterale è realmente accaduto Nel Medioevo, per leggere le Sacre Scritture (la Bibbia), si utilizzava proprio l’allegoria dei teologi, come se i fatti raccontati fossero realmente accaduti e assumono altri significati secondo il disegno di Dio. Anche Dante, per scrivere la Divina Commedia, applica questo tipo di allegoria, così da far credere al lettore di aver compiuto veramente un viaggio in carne ed ossa nell’oltretomba (come Enea e San Paolo): Dante vuole quindi che la sua opera venga letta come le Sacre Scritture (come la Bibbia). Le vicende narrate all’interno della Commedia possono essere interpretate secondo quattro livelli: letterale —» Dante dice di aver incontrato nella selva oscura tre fiere, tre bestie: la lonza, il leone e la lupa allegorico —» I tre animali rimandano a tre vizi: lussuria, superbia, avarizia morale —» Così come le bestie feroci vanno evitate, vanno allontanati anche i vizi che esse rappresentano anagogico —» Dante ci invita a modificare il nostro comportamento se si vuole arrivare in Paradiso, a Dio. Dante, nella sua opera De Vulgari Eloquentia, distingue tre stili del volgare: tragico/elevato, mezzano/comico e umile. Dante chiama la sua opera Commedia poiché: ha un inizio doloroso (Inferno) e un lieto fine (Paradiso). utilizza uno stile “dimesso e umile” in cui “comunicano anche le donnette” all’interno di essa Dante tratta ogni esperienza possibile, dalla più volgare alla più elevata, utilizzando sempre però la lingua volgare (che fino a quel momento secondo lui aveva la stessa dignità del latino, ma doveva avere delle specifiche caratteristiche). In questo modo Dante crea una sorta di enciclopedia comprensibile per tutti (proprio perché utilizza il volgare) che possa salvare l’intera umanità. Boccaccio aggiunge poi al titolo il termine Divina, perché leggendo l’opera ne rimane talmente impressionato che la considera voluta da Dio. IL PLURILINGUISMO DANTESCO Dato che Dante presenta una molteplicità di elementi all’interno della sua opera, egli adopera (utilizza) anche diversi stili per scrivere la Commedia. Nell’Inferno, infatti, viene utilizzato un linguaggio più rozzo (volgare) che poi si va nobilitando (elevando) man mano che Dante risale dagli inferi e raggiunge il Paradiso. Nell’Inferno però troviamo anche delle forme più elevate (più gentili) a seconda dei temi trattata (ad esempio nel canto di Paolo e Francesca, quando si parla di amore stilnovistico). La stessa cosa avviene nel Paradiso dove, nonostante prevalga uno stile aulico, quando Dante parla di alcune tematiche utilizza termini più bassi (concreti). Nel Purgatorio, invece, troviamo un linguaggio misto. Ciò ci fa capire come la Divina Commedia sia una mescolanza di più stili e lingue, ad esempio Dante utilizza tre termini diversi per indicare una persona anziana: nell’Inferno⟶ definisce Caronte un “vecchio” nel Purgatorio ⟶ parla di Catone utilizzando il termine “veglio” nel Paradiso⟶ per descrivere San Bernardo usa la parola “sene” (dal latino senex) DANTE PERSONAGGIO E NARRATORE Nella Divina Commedia, Dante racconta il suo viaggio nell’oltretomba in prima persona, ma all’interno dell’opera è possibile distinguere un Dante personaggio e un Dante narratore. Il Dante personaggio è quello che vive le esperienze narrate, che si stupisce, sviene, prova dolore, empatia, curiosità e che, soprattutto, non conosce ciò a cui sta andando incontro. Il Dante narratore, invece, ha già vissuto il viaggio del Dante personaggio, perciò conosce tutto ciò che accadrà. All’interno dell’opera prevale il Dante personaggio, ma in alcuni tratti il Dante autore emerge. SPAZIO E TEMPO Nella Commedia lo spazio è verticale (dato che comincia dall’Inferno e sale fino al Paradiso) e in tutta l’opera è presente una contrapposizione tra basso e alto ( il concreto e il divino, il buio e la luce). Nello spazio descritto da Dante ci sono sempre contrasti tra gli opposti, ma non esiste mai una via di mezzo. ⟶ Ciò rispecchia la mentalità Medievale secondo cui ciò che è stato creato da Dio può essere solo accettato o respinto,ma mai modificato. Chi segue la via di Dio va in Paradiso, chi invece la rifiuta finisce nell’Inferno. Il Purgatorio non rappresenta una via di mezzo ma un luogo transitorio, poiché all’interno di esso vengono collocate da Dante le anime di coloro che si sono pentiti dei loro peccati e che devono espiare le loro colpe per un certo periodo di tempo, così da raggiungere il Paradiso. Le anime del Purgatorio non possono in alcun modo tornare indietro all’Inferno, perché a quest’ultimo appartengono coloro che non si sono pentiti dei loro peccati, neanche in punto di morte. Il viaggio di Dante avviene in una dimensione atemporale (dato che la condizione delle anime è eterna). LA STRUTTURA SIMMETRICA DEL POEMA Dante compone la sua opera basandosi su due numeri principali: il tre e il dieci. Tre sono le cantiche (i libri)(ovvero Inferno, Purgatorio e Paradiso), i canti sono, in totale, 33 per ogni cantica a cui, aggiungendo il proemio, si arriva a un numero di 100 canti (10 alla seconda). Questi canti sono poi scritti in terzine (tre versi per strofa) utilizzando rime incatenate secondo lo schema ABA BCB CDC ecc. così da creare una catena di versi senza interruzione. Sono tre anche le guide di Dante (Virgilio, Beatrice e San Bernardo). Altri numeri ripetuti diverse volte da Dante sono: il 7 (che corrisponde ai giorni della creazione, ai vizi capitali, ai doni dello spirito santo) il 9 (3 alla seconda) il 12 (numero degli apostoli) IL PROLOGO Dante nel prologo (la parte introduttiva di un’opera) racconta di essersi smarrito, all’età di 35 anni, in una selva oscura la quale rappresenta, allegoricamente, il peccato. In un modo o nell’altro riesce ad uscire da quest’ultima e pian piano comincia a salire lungo un colle il quale rappresenta l’illuminazione (la salvezza). Durante questa salita viene ostacolato da tre fiere (tre animali/bestie): la lonza, il leone e la lupa i quali rappresentano tre grandi peccati. ⬇ Secondo il professor Baldi quest’ultimi simboleggiano: la frode (l’inganno) la violenza la cupidigia (tenersi tutto per sé) mentre secondo altri critici questi animali indicano: la lussuria (la voglia eccessiva di andare con molte persone) la superbia (essere troppo sicuri di se stessi) l’avarizia (tenersi tutto per sè). Dante è terrorizzato, ma in suo soccorso viene il poeta latino Virgilio il quale è stato incaricato da Dio, per mezzo di Beatrice, di guidare Dante nei regni dell'oltretomba. Inoltre egli gli rivela che se si vuole salvare e tornare vivo sulla Terra (per mettere per iscritto ciò che vedrà) dovrà percorrere l’Inferno, il Purgatorio e il Paradiso. Virgilio non sarà sempre la guida di Dante, infatti i due attraverseranno insieme solo l’Inferno e il Purgatorio ( Dante, grazie a Virgilio, riesce ad arrivare fino alla fine poiché quest’ultimo diverse volte lo sosterrà e salverà dai demoni che incontreranno). Sulla cima del Purgatorio, Virgilio non potrà proseguire e dovrà lasciare Dante nelle mani di una guida più degna di lui, ovvero Beatrice. Virgilio abbandonerà Dante senza nemmeno salutarlo poichè sa di doversene andare e non vuole creare in Dante un ulteriore smarrimento. Allegoricamente Virgilio rappresenta la cultura e la razionalità che possono guidare Dante (e tutti gli uomini) solo nei campi (nelle tematiche) a cui la ragione può arrivare; mentre Beatrice simboleggia la fede e la teologia che possono guidare Dante nella realtà soprannaturale (quindi nel Paradiso). Dante sceglie Virgilio come prima guida (all’inizio del suo viaggio) per diverse motivazioni: nel Medioevo era considerato l’uomo più sapiente dell’antichità si pensava che avesse un potere taumaturgico (cioè il potere di un guaritore) era considerato un profeta poiché aveva inconsapevolmente predetto la nascita di Cristo (egli in una sua opera parla della nascita di un “puer”, ovvero un bambino che riporterà gli uomini allo splendore) —» (molto probabilmente Virgilio si riferiva ad Augusto ma secondo i cristiani, in realtà, il bambino di cui parla è Gesù) L’INFERNO Dante immagina di compiere questo viaggio, durato 7 giorni, nel 1300 (anno in cui papa Bonifacio VIII indisse il primo Giubileo). —» (in particolare il suo viaggio inizia la notte tra il giovedì e il venerdì santo, molto probabilmente tra il 7 e l’8 aprile del 1300) L’inferno si presenta come un cono rovesciato il cui vertice coincide con il centro della Terra e il suo ingresso si trova a Gerusalemme. Prima dell’inferno si trova l’Antinferno in cui Dante colloca gli ignavi (ovvero tutti coloro che in vita non hanno saputo scegliere tra il bene e il male). Dopo l’Antinferno c’è il fiume Acheronte che è costituito da acque nere (come la morte) sul quale naviga il mostro Caronte che traghetta le anime all’Inferno. Successivamente si trova l’Inferno vero e proprio il quale è diviso in 9 cerchi, in cui sono distribuiti i dannati a seconda del peccato commesso. Nel primo cerchio, chiamato Limbo, Dante colloca le anime dei non battezzati (compresi i bambini) e dei grandi del passato (ad esempio Platone, Aristotele, Socrate e Virgilio stesso) —» l’unica colpa di quest’ultimi è stata quella di non aver conosciuto Cristo in quanto sono nati prima della sua nascita e la loro unica punizione è quella di sperare di vedere Dio nonostante siano consapevoli che non accadrà mai. ⬇ Sono le uniche anime dannate che si trovano in un posto dove c’è ancora la luce, infatti vivranno, per l’eternità, in un castello illuminato, al contrario di tutti gli altri peccatori. Dal secondo cerchio in poi vi sono i peccatori veri e propri che, in base ai peccati commessi, si dividono in tre diverse sezioni: incontinenza, violenza e frode. Nel secondo cerchio si trovano i lussuriosi (coloro che non sanno porre un limite ai propri desideri e alla loro passione sessuale) ⟶ (in cui Dante teme di finire, dato che secondo lui amare una donna significa tradire Dio) Nel terzo ci sono i golosi Nel quarto cerchio Dante colloca gli avari e i prodighi (coloro che sprecano ciò che Dio gli ha dato) Nel quinto cerchio vengono posizionati gli iracondi (coloro che si arrabbiano facilmente) e gli accidiosi (coloro che sono pigri ed apatici) Subito dopo il 5° cerchio c’è il secondo fiume infernale, chiamato Stige. Successivamente, tra il 5° e il 6° cerchio vi è la città di Dite, le cui mura sono invalicabili poiché infuocate e sono protette da diavoli. Dante riesce a oltrepassare queste mura solo grazie all’intervento di un angelo mandato da Dio. Nel sesto cerchio vi sono gli eretici (coloro che praticano una religione diversa dal cristianesimo) —» (come ad esempio Cavalcante Cavalcanti) Il settimo cerchio comprende i violenti (i quali si dividono, a loro volta, in violenti contro il prossimo (omicidi), contro se stessi (suicidi) ⟶ (come ad esempio Pier della Vigna ) e contro Dio (bestemmiatori) Dopo uno strapiombo roccioso troviamo l’8° cerchio (il quale è il cerchio più grande e corposo di tutti) Nell’ottavo cerchio, chiamato anche Malebolge, si trovano i fraudolenti (coloro che ingannano chi non si fida di te) Nel nono cerchio, il quale rappresenta il centro della Terra, sono collocati i traditori (coloro che ingannano chi si fida di te) che sono immersi nel lago ghiacciato Cocito. Al centro di quest’ultimo c’è Lucifero (Satana) che viene descritto da Dante secondo l’immaginario tipico del Medioevo: è molto peloso, è dotato di 6 ali da pipistrello che sbattendo rendono il lago costantemente ghiacciato, ha 3 teste e nelle sue bocche maciulla (mastica) Giuda (traditore di Gesù) e Bruto e Cassio (gli uccisori di Cesare) Tutte le pene a cui sono sottoposti i dannati (sia nell’Inferno che nel Purgatorio) vengono assegnate da Dante attraverso la legge del contrappasso che si basa su due principi: 1. La pena viene inflitta per analogia (cioè Dante assegna una pena simile al peccato commesso) —» (ad esempio i lussuriosi, che durante la loro vita si sono fatti trasportare dalle passioni, vengono torturati da un perenne vento molto forte, puzzolente e freddo) 2. La pena viene inflitta per contrasto (cioè Dante assegna una pena opposta al peccato commesso) —» (ad esempio gli ignavi, che durante la loro vita non hanno saputo scegliere tra bene e male, si trovano costretti a correre, per l’eternità, dietro ad una bandiera mentre vengono morsi da vespe, zanzare e api e il loro sangue viene mangiato da vermi) A custodire ogni cerchio (fino all’8°) vi sono dei mostri presi dalla mitologia classica (come ad esempio Caronte e Minosse, re di Creta). Dante rende quest’ultimi ancora più mostruosi di com’erano in origine. Dall’8° in poi, invece, troviamo i diavoli caratterizzati da ali di pipistrello, zanne, corna, pelle rossa, una lunga coda e il tridente (un bastone con tre punte). COMMENTO DEL CANTO I (PROLOGO) Le tre fiere: Dante racconta di aver incontrato tre bestie spaventose (ovvero una lonza, un leone e una lupa). I critici si sono interrogati a lungo sul significato allegorico da attribuire alle tre bestie e molti ritengono che 1. la lonza rimandi alla lussuria 2. il leone alla superbia 3. la lupa alla cupidigia (cioè all’avidità di ricchezza e beni materiali); secondo altri critici invece le tre bestie alludono a tre realtà politiche del tempo: 1. la lonza rappresenterebbe Firenze 2. il leone il re di Francia alleato di papa Bonifacio VIII 3. la lupa il papa (visto che la lupa è l’animale che spaventa maggiormente Dante, significa che per il poeta il peccato peggiore è la cupidigia e il vero nemico da combattere è il papa). v.5 dittologia sinonimica (“aspra e forte”): vengono accostati due termini con lo stesso significato per ribadire un concetto: in questo caso i due aggettivi servono a sottolineare quanto sia impraticabile la selva oscura. vv. 22-27, vv.55-60 similitudini v.60 “dove il sol tace” è una sinestesia: ovvero quella figura retorica che consiste nell’accostare due termini di sfere sensoriali diverse (vista e udito); è anche una personificazione. v.1 Dante riprendendo un passo della Bibbia crede che la durata media della vita umana sia di circa 70 anni, dunque nel primo verso del canto afferma di essersi smarrito all’età di 35 anni. tutto il canto può essere riletto in chiave allegorica: infatti, la selva oscura rappresenta il peccato, mentre il colle illuminato dal sole rappresenta la salvezza; Dante e tutta l’umanità non possono raggiungere la salvezza se prima non hanno attraversato e superato il dolore causato dal peccato. Il poeta latino Virgilio nacque nel 70 a.c. nei pressi di Mantova (Lombardia) in un paese chiamato Andes e ben presto entrò a far parte del prestigioso circolo letterario di Mecenate, diventando segretario di Augusto e addirittura anche un suo amico intimo e di altri poeti. Il successo di Virgilio è legato alla sua opera più importante ovvero l’Eneide, in cui Virgilio parla del giovane Enea in fuga da Troia, che approda sulle coste del Lazio dove sarà fondata Roma. Virgilio, nel corso di un viaggio in Grecia si ammalò, quindi ritornò in Italia e sbarcò a Brindisi dove morì (ed il suo corpo non fu seppellito lì ma a Napoli). 1. Nel corso del Medioevo si sviluppò la leggenda di Virgilio come un poeta mago-taumaturgo (che costruiva talismani, compiva miracoli e riusciva a prevedere il futuro). 2. Inoltre si diffuse la voce che Virgilio avrebbe addirittura profetizzato la nascita di Cristo che per questo fosse addirittura cristiano. Dante sceglie Virgilio come guida per tutto l’Inferno e il Purgatorio perché è per lui il poeta latino più importante, infatti citare Virgilio significa per Dante dare una maggiore autorevolezza a ciò che scrive. Le guide di Dante, nella Divina Commedia, sono tre: 1. Virgilio che rappresenta la ragione umana (l’intelletto) 2. la seconda sarà Beatrice, che accompagnerà Dante dalla cima del Purgatorio (chiamato paradiso terrestre) per tutto il Paradiso ed ella rappresenta la teologia e la fede. 3. L’ultima guida è San Bernardo, che accompagnerà Dante nell’ultimo tratto del Paradiso e rappresenta il misticismo e l’abbandono totale a Dio. Dante, scegliendo queste tre guide, comunica al lettore che per poter conoscere veramente Dio, non bastano né la ragione umana, né la teologia, ma è necessario abbandonarsi totalmente a Lui. Il Veltro è un cane da caccia che secondo Dante ucciderà la lupa. Allegoricamente la lupa rappresenta l’avarizia mentre, per quanto riguarda il veltro, gli studiosi non sono riusciti a identificarlo e a comprendere il perché lo stesso Dante volutamente non abbia fornito delle indicazione precise a riguardo. Ad aiutarci è il verso 105, quando Dante afferma che le origini del Veltro saranno “tra feltro e feltro”. Il feltro è un tessuto grezzo, di cui erano confezionati gli abiti dei monaci o di cui erano rivestite le urne che servivano per le elezioni dei magistrati. Alcuni studiosi hanno pensato per questo che il Veltro alluda ad un esponente della Chiesa, forse un Papa, o ad un imperatore in grado o l’uno o l’altro di salvare l’umanità. Forse, però,la spiegazione è più semplice: Dante spera che l’umanità cambi rotta e possa salvarsi dal peccato e dal buio in cui è caduta. COMMENTO DEL CANTO III Dante e Virgilio arrivano davanti alla porta dell’Inferno, sulla quale Dante legge una scritta che lo intimorisce. A quel punto, Virgilio incoraggia Dante e lo guida oltre la porta, dietro la quale si sentono urla e lamenti. Si trovano nell’Antinferno, nel quale sono situati gli ignavi (ovvero tutti coloro che in vita non hanno mai preso posizione) insieme agli angeli che non si sono schierati dalla parte di Dio o del Lucifero. Per questo, tutte le anime dell’Antinferno, sono state rifiutate sia dal Paradiso che dall’Inferno e sono costrette a correre dietro una bandiera, punti da insetti, mentre il loro sangue e le loro lacrime cadono a terra. Dante riconosce tra loro una figura famosa, che forse era Papa Celestino V o Ponzio Pilato. Successivamente Dante vide i dannati che aspettano di salire sulla barca di Caronte per attraversare il fiume Acheronte e raggiungere la loro punizione. Caronte vuole cacciare Dante perché è un uomo in carne ed ossa, ma Virgilio riesce a calmarlo e a convincerlo. In seguito, le anime disperate salgono sulla barca e infine un improvviso terremoto e un lampo spaventano Dante, che sviene e cade a terra. Caronte è una divinità ctonia, una divinità che vive sotto terra ed era il figlio della Notte. Il compito di Caronte era quello di traghettare le anime da una riva all’altra del fiume Acheronte, ricevendo in un compenso una moneta. Il personaggio demoniaco è già presente nell’Eneide di Virgilio, ma Dante ne esaspera le caratteristiche mostruose rendendolo un demonio vero e proprio. Egli infatti ha: 1. lunghi capelli bianchi 2. una lunga barba bianca 3. al posto degli occhi ha dei carboni ardenti. vv. 1-3: “Per me…” è un’anafora v. 22: climax (quella figura retorica che consiste nel disporre i termini in ordine crescente o decrescente di intensità) vv. 25-30: similitudine (“come la rena quando turbo spira”) vv. 112-117 (“Come d’autunno…”, “come augel…”) COMMENTO DEL CANTO V Dante e Virgilio entrano nel secondo cerchio dell’Inferno, dove trovano Minosse, il giudice che assegna le anime dannate ai vari cerchi avvolgendosi la coda attorno al corpo tante volte quanto è grave la colpa: in particolare, in base a quante volte la coda avvolgeva il corpo, si stabiliva a quale cerchio l’anima era destinata. Minosse vorrebbe fermare Dante, ma Virgilio lo rimprovera e lo fa passare. In questo luogo oscuro, una bufera trascina senza sosta le anime dei lussuriosi, coloro che in vita si sono lasciati guidare dalla passione. Dante vede tra loro figure storiche come Cleopatra, Elena e Paride. Ad un certo punto, però, Dante nota due anime che volano insieme: ovvero Paolo Malatesta e Francesca da Polenta (detta anche da Rimini, la quale era figlia del signore di Ravenna). Incuriosito, Dante chiede informazioni su di loro a Virgilio e, quando i due passano di fronte a Dante, la tempesta cessa miracolosamente (per volere di Dio) ⟶ Francesca, quindi, racconta la loro storia d’amore, mentre Paolo la abbraccia e contemporaneamente non fa altro che piangere: due importanti famiglie dell’Emilia Romagna, decidono di far sposare i loro figli. Francesca (figlia del signore di Ravenna) si sarebbe dovuta sposare con Gianciotto Malatesta (signore di Rimini), un uomo brutto e storpio. Francesca, però, a causa di un equivoco pensa che il suo sposo sarebbe stato Paolo Malatesta (un uomo molto bello, nonché il fratello di Gianciotto), se ne innamora e accetta di celebrare il matrimonio. Ella dice che si innamorarono leggendo la storia di Lancillotto e Ginevra e, nel momento in cui lessero del loro bacio, anche Paolo baciò Francesca. Il marito di lei, Gianciotto, scoprì la relazione e li uccise entrambi. Infine, commosso dal racconto, Dante sviene per l’emozione. v.29 “mugghia come fa mar” similitudine e onomatopea v.28 “luce muto” sinestesia vv. 31-36 è presente il contrappasso per analogia: come in vita i lussuriosi si lasciarono trasportare dalla passione amorosa, così nell’Inferno sono travolti da una bufera infernale che non si arresta mai Minosse era il re di Creta e gli Ateniesi, per invidia, uccisero uno dei suoi figli perché era un atleta particolarmente capace. Si scatenò perciò una guerra tra Creta e Atene e Minosse per ottenere il favore divino (cioè l’aiuto degli dei) promise a Zeus che in cambio del suo aiuto gli avrebbe sacrificato il suo toro più bello, ma al momento del sacrificio sostituì il toro con un altro. A quel punto Zeus per vendicarsi fece innamorare la moglie di Minosse di un toro e infatti la regina trovò uno stratagemma per raggiungere il suo scopo: fece costruire dall’architetto Dedalo il modello di una vacca, si nascose al suo interno e si fece ingravidare dal toro. Nacque così un mostro, il Minotauro, metà uomo e metà toro. Per nascondere la vergogna, Minosse fece rinchiudere il mostro in un labirinto progettato da Dedalo, da cui era impossibile uscire vivi. Minosse vinse la guerra contro gli Ateniesi, che ogni anno furono costretti a inviare 7 ragazzi e 7 ragazze appartenenti alle famiglie più nobili da dare in pasto al mostro. Un anno tra questi ragazzi fu inviato anche Teseo, il figlio del re di Atene, che grazie all’aiuto di Arianna, l’altra figlia di Minosse, non solo riuscì a sconfiggere e ad uccidere il Minotauro ma anche ad uscire vivo dal labirinto grazie al filo che Arianna gli aveva fornito quando egli era entrato nel labirinto. La figura di Minosse era già presente nelle opere antiche, comprese quelle di Virgilio, ma nel mondo antico Minosse era il giudice di tutti i morti. Dante, invece, gli attribuisce solo la funzione di giudicare le anime dannate dell'Inferno. Inoltre, come aveva fatto con Caronte, rimarca le caratteristiche mostruose di Minosse, attribuendogli una lunga coda. Francesca era la figlia dei signori de Polenta (i signori di Ravenna) e andò in sposa grazie ad un matrimonio combinato a Gianciotto Malatesta (signore di Rimini), il quale era sciancato, zoppo e più anziano di Francesca. Pare che una volta giunto a palazzo Francesca si sia innamorata del cognato Paolo e che i due amanti vennero uccisi da Gianciotto una volta scoperti. v. 128 Lancillotto era uno dei cavalieri della Tavola Rotonda, ovvero i cavalieri di re Artù. Divenne l’amante della regina Ginevra aiutati da Galeotto, un ufficiale di palazzo che spinge i due a rivelarsi il loro amore (v. 137); nell’episodio di Paolo e Francesca il libro che narra le vicende di Lancillotto e Ginevra svolge la stessa funzione di Galeotto. vv. 82-87 similitudine v. 91 perifrasi vv. 100, 103,106 anafora v. 142 allitterazione, similitudine, poliptoto LA COSMOLOGIA DANTESCA Il modo in cui Dante immagina la Terra e l’universo si rifà alla teoria geocentrica dell’astronomo greco Tolomeo. Secondo tale teoria, la Terra è sferica, si trova al centro dell’universo ed è separata dal cosmo da una sfera di fuoco. Oltre questa barriera di fuoco, ruotano nove sfere concentriche a cui si aggiunge una decima sfera detta Empireo, che però è immobile e rappresenta la sede di Dio e dei beati. I pianeti danno il nome ai vari cerchi in base a dove si trovano. La Terra è costituita da due emisferi: quello boreale (nord) ⟶ costituito dalle terre emerse ed è abitato quello australe (sud) ⟶ composto solo da acqua ed è completamente disabitato Nei pressi di Gerusalemme (che si trova esattamente al centro delle terre emerse) si trova l’ingresso dell’Inferno, il quale è un’immensa voragine a forma di imbuto. Questa forma è dovuta alla ribellione di Lucifero e di altri angeli contro Dio: essi vennero puniti da quest’ultimo venendo scagliati sulla Terra, la quale, per evitare di riceverli (come se fosse “disgustata” da essi), si aprì dando origine alla voragine infernale. Lucifero rimase incastonato al centro della Terra (in particolare) nel lago Cocito. A quel punto la terra che si ritirò, formando la montagna del Purgatorio, al centro dell’emisfero australe, raggiungibile tramite uno stretto corridoio chiamato natural burella (che collega il centro della Terra con la spiaggia del Purgatorio). Dopo aver scalato il Purgatorio ed essere arrivato nel giardino dell’Eden (il cosiddetto paradiso terrestre), Dante volando giunse fino a Dio (il quale si trovava nell’Empireo), attraversando i vari cieli del Paradiso. All’interno di essi incontrò i vari santi e beati che, in maniera del tutto eccezionale, si divisero tra i nove cerchi in base alla virtù principale che ha permesso loro di essere santificati. Infatti, prima del viaggio di Dante, le anime del Paradiso si trovavano tutte nell’Empireo attorno a Dio, nella cosiddetta Rosa dei Beati, per lodarlo in eterno.